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Utopie Eterotopie [recensione]

26 luglio 2009
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Non sono un grande amante dei saggi (e infatti qui ne troverete pochi) sostanzialmente per un motivo: i saggisti sono ridondanti, ampollosi, fastidiosi. Anche gli scrittori possono esserlo, ma da loro lo accetto di più: primo perché posso illudermi che non sia imperizia, bensì il loro stile; secondo perché se un libro mi fa cagare, posso mollarlo.

Nel caso dei saggi mi è più difficile assecondare la verbosità: pretendo che i saggisti siano capaci di spiegarsi nella maniera più elegante e pulita (la sintesi come pregio, siempre) e non mi va nemmeno di mollare uno che sta argomentando una costruzione logica: sono curioso, voglio arrivare al punto. Anzi, voglio che ci arrivi lui. E quindi mi frustro perché, come avrete modo di verificare voi stessi, anche i più bravi saggisti cedono alla tentazione di ribadire concetti un numero di volte esagerato; troppo per non dare sui nervi. Mi ritrovo infinite volte a pensare fra me e me: ma ‘sto pensiero non l’ha già enucleato 2 paragrafi prima? Sarà pure che vengo da un mondo analitico, ma per me, una volta basta e avanza. Non servono 5 cartelle per farmi capire, mi accontento di una frase (e se non è sufficiente, allora potrei non capire mai, e mi va bene anche così). Purtroppo però le cartelle servono ad aumentare onorari e tutto il resto.

Foucault rifugge da questa categoria di saggisti. Non starò qui a raccontarvi chi è Foucault, se non ne avete mai sentito parlare, vivete in un mondo tutto vostro, e sbagliate. Foucault è uno di quei pensatori, autori, scrittori, che riesce a scrivere un libro che si legge in meno di 1 ora e che ti innesca pensieri validi per il resto della vita. Fa parte della categoria di autori che preferisco: zero chiacchiere (e inchiostro) inutili. Zero dispersione. Le sue parole sono come frecce dritte al cuore (o al cervello, o alla panza, a seconda dell’organo che usate per pensare e a seconda dell’orario in cui lo state facendo). Stiamo parlando chiaramente di un genio, di una persona con una visione. A ripensarci, c’è da farsi venire i brividi per quanto fosse avanti Foucault. Mi viene in mente Pasolini, per parità di visione, di lungimiranza e di brividi.

Il libro è diviso in 2 parti: 1. Le eterotopie; 2. Il corpo utopico. A dire il vero questo libro non nasce come saggio, bensì come duplice conferenza radiofonica (quant’è retrò la conferenza radiofonica!). Le conferenze si tennero il 7 e il 21 dicembre 1966 nell’ambito del programma “France Culture” di Robert Valette e pare che siano state lo spunto per sviluppare Sorvegliare e Punire (1975). Da quanto ho letto ne Il corpo utopico direi che queste conferenze sono molto colloquiali, al limite dell’improvvisazione su traccia prestabilita. Giurerei che non le abbia scritte prima di andare in radio e che dunque non le abbia lette, ma non sono informato su com’è andata la faccenda.

Il libro lo consiglio senza dubbi, specialmente se, com’è successo a me pochi giorni fa, avete un viaggio Roma-Firenze in programma e non vi va di portarvi il tomazzo che state leggendo in quel momento: all’andata questo pamphlet ve lo leggete tutto d’un fiato. Poi passate tutto il giorno agli Uffizi tentando di conciliare l’esempio perfetto di eterotopia che vi si pone di fronte agli occhi e l’imperfetta utopia rappresentata dal vostro corpo. Al ritorno fate come me: rimuginate su come la vedete voi la faccenda… se lo scrivete e ce lo postate nei commenti, vi beccate un bella pe’ voi. Aggratisse.

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Il nostro intelletto viene assalito già dal titolo: Utopie Eterotopie. Che cazzo saranno mai, ‘ste eterocose? Be’ nella prima parte Michele ci introduce agevolmente al concetto di eterotopia. Ci spiega che una eterorobba altri non è che luogo altro, ossia un luogo assolutamente diverso dagli altri. Un non-luogo o un luogo che per definizione è in antagonismo con gli altri luoghi. Un contro-spazio da dove poter contestare lo spazio reale. Brutto affare… anzi eteroaffare.

Attraverso la storia delle eterotopie, di quando si sono diffuse, a cosa servano e le regole che ne individua (ne propone 5), Foucault ci spiega come funziona e muta la società occidentale nel suo affannato meccanismo di separare gli ambienti, di collocare al di fuori di sé i problemi o gli istinti. La cosa spaventosa e al contempo affascinante è il passaggio dalle eterotopie biologiche alle eterotopie di deviazione che sempre di più ci accompagna. Oggi non si manda più una donna a passare il suo periodo mestruale in una casa particolare, né si inviano i maschietti in balia delle loro pulsioni a passare il pomeriggio in bordello a sbollire un po’. No. Oggi le crisi biologiche sono tutte bene o male assorbite nel quotidiano, che però è piatto e senza ritualità. Il posto delle eterotopie biologiche lo assumono le eterotopie deviate: manicomi, prigioni, ospizi, club Med, musei e via dicendo. Caso a parte per le biblioteche o i cimiteri, che esistevano e sono rimaste eterotopie, ma hanno cambiato significato nei secoli.

Le eterotopie deviate sono luoghi acronici, non-luoghi dove si va, o si manda qualcuno, per lasciare alla realtà e al tempo la possibilità di scorrere il più indisturbati possibile. E’ un allontanamento dalla biologia, dai primordi, dai luoghi oscuri di noi stessi. Sono zone dove è permesso (e promosso) ignorare.

Il libro chiaramente non parla di cose che all’epoca non esistevano (o non erano radicate), ma che oggi giorno evidentemente sono nuove eterotopie: le palestre, le cliniche estetiche, internet, le beauty farm, le spa, i reality show… Sarebbe stato molto interessante sapere cosa Foucault avrebbe detto di internet come eterotopia, ma anche come forma di utopia. Il non-luogo che contesta gli altri luoghi; la rete che connette tutti ma che permette trasfigurazioni infinite. Penso al on-line dating e alle parole de Il corpo utopico.

Nella seconda parte Michele la butta un po’ in caciara, ma lo fa bene. All’inizio la sua tesi è che il corpo è il contrario esatto di un’utopia: è “irrimediabilmente qui, mai altrove”. Michele ci racconta che il corpo lui può agitarlo, spostarlo, rannicchiarlo, ma non sparirà, non gli darà mai tregua; sarà sempre con lui, non se ne andrà mai. Il corpo è topologia pura, è spietato perché è se stesso ogni giorno, si ribadisce e ribadisce i propri (suoi e tuoi) confini. La vera utopia è quindi un posto dove puoi re-inventarti di continuo, dove puoi essere muscoloso o grassottello, alto o basso, biondo o rosso, ma comunque sempre un non-luogo dove cancellare il reale. Quindi l’utopia è la cancellazione del corpo reale. Fin qui tutto bene. C’ero anch’io.

Dopo un po’ però ci ripensa e risale la grossa corrente che ha generato come un salmone imbizzarrito. Allora il corpo diventa l’unica utopia possibile: dato che è il filtro con cui tutto il reale viene assimilato e rielaborato. Di conseguenza, le utopie sono possibili solo all’interno del proprio corpo, della propria mente. Le maschere, i tatuaggi, il trucco, mediante la loro seduzione, il rito e il contatto con il divino, creano un linguaggio cifrato individuale, personale e sono tutti metodi validi per costruire la propria utopia semovente che culmina con l’atto amoroso, sessuale: l’essere e la percezione; tutto e ovunque, ovvero: qui.

Al di là delle splendide parole (Michele parla e scrive pure bene), direi che questa seconda parte non mi ha convinto un granché. Va detto che parlare del corpo in maniera olistica a me già dà fastidio in partenza (aho, i bonghi chi li ha portati? le canne?). In più va aggiunto che se uno parte con una tesi e a metà strada la nega… be’, caro Michele, ti posso volere bene, ma non posso essere del tutto d’accordo, per ovvie ragioni di coerenza. Anche se lo dici in maniera ammaliante.

Concludendo, il primo testo, Eterotopie è semplicemente eccezionale. De Il corpo utopico, sottolineo che mi trovavo più d’accordo con la tesi iniziale, ma che è comunque un testo molto poetico e decisamente emozionante. Magari se avessi sentito il tutto per radio sarei rimasto folgorato dal cambio repentino e m’avrebbe vinto, anche attraverso la sua splendida poesia. Ma potendo rileggere più volte i passaggi, non posso non notare i punti dove la logica scricchiola.

Non di meno però, questo è un libercolo che si legge in pochissimo tempo e che testimonia quanto Foucault fosse in grado di percepire e spiegare i comportamenti della società occidentale. Davvero affascinante, non c’è che dire…

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