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I detective selvaggi [recensione]

5 agosto 2009
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È andata così: mi accingo a scrivere la recensione de I detective selvaggi e senza sapere né come né perché, dopo  poco mi ritrovo con più di 5 pagine A4 piene zeppe di idee e farneticazioni. Praticamente un microsaggio. Nessuno qui vuole scoraggiare i lettori, quindi ne ho parlato col mio socio e siamo arrivati a questa conclusione: il post che avete di fronte è una versione ridotta dell’articolo. Se poi qualcuno ha voglia di leggersi tutte le mie elucubrazioni sul libro, si scarica il pdf (che metterò online a breve… ci sto ancora lavorando, quindi tornate!).

Non credo che questo avverrà spesso (recensione + saggio), però è interessante vedere che il glob sta sviluppando elementi e soluzioni nuove, semplicemente come reazioni contingenti. Occhèi, fine preambolo, eccovi la versione ridotta.

[Apri la scheda del libro]

Leggere I detective selvaggi è un appuntamento col Minotauro: una volta percorso tutto il labirinto, fai l’incontro che ti renderà diverso per sempre (posto che tu ne esca vivo). Non potrai vedere più nulla con gli stessi occhi. Perché il sentiero che percorri non è solamente labirintico, è totale. È un tragitto interminabile in cui aumentano e si sovrappongono infinite storie, eventi, aneddoti, intrecci, soluzioni ed enigmi. In una parola sola: è la vita.

Ma procediamo con ordine: se leggere I detective selvaggi è già una sorta di tranello, scriverne in maniera discernibile può essere quasi impossibile. Quindi procederò dal basso: ve lo consiglio? È senza dubbio uno dei libri più belli che io abbia mai letto, ma prima di consigliarlo a qualcuno mi sincererei bene sui suoi gusti. Sebbene Bolaño lo camuffi da noir, questo romanzo è tutt’altro che un giallo. Questo libro è uno dei figli più riusciti delle avanguardie del ‘900; è un gesto di amore per la lettura e per la letteratura: un romanzo totale (come dice il bof) dove la materia informe del tutto è ordita e imbastita con la maestria di uno stregone.

Abbiamo dunque di fronte un romanzo assoluto, ove non mancano elementi mistici, poetici, narrativi, psicologici, antropologici, polizieschi, meta-narrativi; un romanzo che è anche una serie di racconti, citazioni, poesie, dialoghi, pagine di diario. Si somma tutto dunque: generi, forme, contenuti, personaggi. Un’epopea inesauribile. Se siete pronti ad affrontare tutto questo, se siete pronti ad immergervi in più mondi, a scoprire le cose lentamente, a farvi cullare da assurdi monologhi e storie senza senso, a farvi molte domande e ad accettare che alcuni personaggi, alcuni mondi, vi possano lasciare senza riferimenti, senza risposte adeguate, allora (e solo allora) siete pronti a fare una delle esperienze letterarie più emozionanti della vostra vita. Un’esperienza che vi lascerà estremamente appagati e soddisfatti e vi ricorderà di continuo che splendido, ineguagliabile piacere sia la lettura.

——————————

Ho in mente questa scena (avvenuta realmente): io che siedo a uno dei tavolini di un bar all’aperto aspettando i miei amici per l’aperitivo. Sto leggendo I detective selvaggi. Loro arrivano e dicono: questa è proprio una situazione romantico-decadente/letteraria; ti mancano solo un bicchiere di rosso e il maglioncino girocollo, per il resto sei il perfetto stereotipo di poeta parigino.

Se si potesse riassumere (e non si può, data la vastità e la portata dell’opera) in un’unica scena tutto il libro di Bolaño, la scena che sceglierei io è questa. Sarà pure che l’ho vissuta in prima persona e con in mano proprio questo stesso romanzo (ed è dunque autoreferenziale), ma la sceglierei anche perché è il punto di partenza del libro. Il libro inizia qui: parte da un mondo in cui la letteratura era davvero per alcuni (pochi eletti, ma venerati) il modo per generare una mitologia personale. Non parla dell’attuale decadenza (palestre, veline, tv, ecc.); racconta di un’era svanita, in cui la parola carisma aveva ancora senso profondo nel mondo dell’arte. Un periodo storico nel quale la letteratura aveva il potere di cambiare la vita di chi ci si immergeva o di intere generazioni. Un’era in cui giovani poeti potevano arrivare a credere (e poi vivere realmente sulla loro pelle) che 1 solo numero di una rivista, anzi: 1 sola poesia (per di più dispersa) scritta da un’autrice sconosciuta ma divinizzata attraverso aneddoti e pettegolezzi, potesse davvero innescare un meccanismo infinito e perverso fino ad alterare tutto… Il battito d’ali che genera l’uragano. (E se non è romanticismo questo, ragazzi.) Quella dimensione non esiste più (e io a dire la verità, un po’ la rimpiango).

Il riferimento culturale è chiaro: la Parigi del pre e dopo guerra, la culla di una certa letteratura morente (Beckett, Cortázar, Joyce, Queneau, Perec, ecc…). Solo che Bolaño la traspone a Città del Messico, negli anni ‘70: precisamente nel DF (Distrito Federal), che è un girone dell’inferno in via di decomposizione. E da lì si prende gioco di tutto: si fa beffe di noi, dei suoi personaggi, delle correnti artistiche, del decadentismo, del romanticismo, della vita bohémien, della letteratura tutta. Ma rimane ambiguo nella sua ironia, perché sa che in parte è tutto vero (per lui sicuramente, è stato tutto vero).

Bolaño è un prestigiatore, è un illusionista, è un truffatore e un camaleonte.

Usa un finto noir come espediente per portarci nell’universo di mille vite, di mille occhi. Attraverso tantissime testimonianze (i detective che interrogano persone informate sui fatti?), apprendiamo ciò che accadde nella vita dei due poeti Arturo Belano e Ulises Lima. Questi sono i veri protagonisti del libro: in perenne fuga da qualcuno (i detective?) o qualcosa (la vita?). Ma non sapremo mai nulla direttamente da loro: potremo solo derivare la loro vita dalle vite degli altri: gli interrogati. I quali però colgono l’occasione per narrare di tutto. Perché il fatto di aver conosciuto Belano e/o Lima è solo un trucco, un pretesto per giustificare l’esistenza di centinaia di altre vite. Le vicende sono completamente egocentriche, ruotano sulle singole individualità e sono tutte narrate in prima persona e rigorosamente schedate (mese, anno, luogo).

La pluri-narrazione di Bolaño è perfetta: ogni personaggio ha un suo stile e una sua voce particolare. Quelli che ritornano più volte sono credibili perché somigliano a loro stessi: restano sempre riconoscibili anche a distanza di anni. Uno sbilenco panopticon dove le strutture narrative sono tutte messe a dura prova: Bolaño mescola narratori e sfida la focalizzazione interna fissa, facendola variare di continuo (fissa/variabile?); nessun personaggio viene presentato da nessun narratore, nessun personaggio è categorizzabile.  Tutti sono narratori, ma si ha uno strano presagio: che i detective a un certo punto si animeranno, giungeranno a una sorta di onniscienza… mentre i “protagonisti” restano gli unici silenti.

Il senso è solo uno: stratificare l’identità, darle valore. Infiniti personaggi e microstorie si uniscono in una rete che si intreccia in continuazione ma che rifugge il suo stesso scopo: non catturerà nulla, se non un livello inconscio di realtà. La comprensione (l’onniscienza?) avverrà attraverso mille rifrazioni e sarà individuale.

Bolaño è un maestro nel gestire il caos e nel far sparire indizi, tracce, personaggi, storie, ricomponendo o trasformando qualunque cosa; il suo scopo è senza dubbio il depistaggio. Il depistaggio è per lui metafora ultima della vita, dell’esistenza; della realtà.

Ed alla fine, sembra avvertirci tutti: appena catturi una cosa viva, appena la blocchi, questa cessa di emanare il suo potere: muore. La stessa farfalla dell’uragano, tenendola ferma fra indice e pollice la si rende innocua, le si impedisce il battito d’ali. Allo stesso tempo però le si sottrae la libertà.

Dunque esiste una sola scelta possibile: far perdere le proprie tracce, non farsi catturare dai detective selvaggi. Ogni giorno ci inseguono, minano la nostra libertà. Noi scappiamo, cancelliamo diligentemente le impronte, distruggiamo gli indizi del nostro passaggio.

La vita è cangiante movimento, è mimesi.

Creative Commons License

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4 commenti leave one →
  1. cazalobos permalink
    6 agosto 2009 00:25

    ma siamo sicuri che il romanzo è più corto della recensione?!?

    comunque son stanco : ho letto “di-battito d’ali”…. potrebbesi adattarlo in titolo?

    una nota per i curiosi : DF [pronuncia : “de-èfe”], distriCto federal, non è altro che la città stessa, ciudad de mexico, per non confonderla con lo stato che la contiene, che non è IL messico, visto che si tratta d’una federazione. non è facile capirlo, se non vi ci si [mi ti ni pi-greco] è recati o se non s’è parlato con un autoctono.

    ciao baci
    torno dai miei joy division..

  2. fr permalink*
    6 agosto 2009 10:00

    non so chi è più lungo, fra recensione e romanzo… certo la recensione è abnorme (aspetta però di vedere il pdf che sto facendo: follia allo stato brado).

    la faccenda del DF, come giustamente dici, non è una cosa chiara, almeno: non è chiara quanto NYC, dove la C sta ad indicare “city”, proprio per non confondere lo stato di New York con la città.

    invece la c che aggiungi tu in Distrito Federal, forse si userà pure nella pronuncia, ma da ciò che so io (confermato sia dal wiki spagnolo che da Bolaño istesso) non ci va. si scrive senza c.

    buoni joy division.

  3. Eleonora permalink
    6 agosto 2009 21:49

    mmmmm…..entusiasmante……mi hai convinto lo comprerò…..

  4. fr permalink*
    7 agosto 2009 09:50

    ciao Eleonora, sono davvero felice che la recensione ti abbia entusiasmato. se vuoi farti un’idea un po’ più precisa del libro, nel blog trovi tutta una serie di citazioni tratte dal libro che possono esserti utili.

    una cosa che forse non si percepisce dalla mia recensione, è l’estrema godibilità del testo. uno potrebbe essere portato a pensare a I detective selvaggi come un libro quasi illeggibile, simile a cose tipo Finnegan’s Wake.

    ecco, ci tengo a dire che nulla è più lontano dalla realtà. il romanzo si legge davvero con piacere e tutti gli elementi extra-narrativi di cui parlo, sono infilati di soppiatto in una semantica apparentemente lineare (e qui sta il vero genio).

    se poi ti va, ripassa pure per darci il tuo punto di vista, aggiungere considerazioni, o semplicemente dire se ti è piaciuto e se lo consiglieresti anche tu.

    non posso che augurarti una buona e lunga lettura!

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